Alcuni l’hanno definita “Brexit elisabettiana”.

“Alla guida di un Paese polarizzato, incerto e isolato dall’Europa, un leader donna cerca la salvezza in terre lontane. Staccandosi dall’Europa, ospita sheikh mediorientali a Westminster ansiosa di assicurarsi mercati stranieri e investimenti, e corteggia il leader turco per consolidare le esportazioni con la vendita di armi. Suona familiare?”

Elisabetta I è un’icona storica di libertà. Le sue decisioni e la sua coerenza rappresentano tutt’oggi un modello politico, etico e sociale, tale da essere arrivata a noi come la donna simbolo della sovranità. I due capitoli di “About Elizabeth” ramificano su due livelli differenti la natura di Elisabetta, ponendo l’attenzione il primo su quella politica: nonostante la distanza temporale che intercorre tra i due eventi – e nonostante le conseguenze di ugual peso ma differenti che ne sono e saranno seguite – alcuni storici paragonano quella “uscita” al recesso dell’Inghilterra dal contratto internazionale europeo, chiamandola “la prima brexit”.

Le dame di compagnia simboleggiano un popolo che ha paura delle conseguenze e delle ripercussioni, portano avanti un racconto, la storia d’Inghilterra, quegli anni, la sua sovrana, portandolo oltre il contesto storico dei libri di storia e dei grandi kolossal del cinema americano. È un teatro che si ispira ai grandi del 900 come Jean Genet, che rende vivo il connubio tra assurdo e leggerezza, non esalta o enfatizza la storicità, la tocca per prendere spunto e per poterci raccontare di ciò che riguarda l’umano, ponendo l’attenzione sulla paura di chi è vicino alla regina più di chiunque. A questo si unisce la tradizione del teatro shakespeariano, non a caso definito “elisabettiano” con le sue caratteristiche più prepotenti come l’equivoco e l’inganno.

Tradizione e innovazione si mescolano in scena per raccontare una storia che parla della Storia, accarezzandola, per poterci permettere di parlare di presente più che di passato.

La seconda parte sviscera la natura più etica della “sovrana vergine”. Non bastava, al regnante, indossare la corona e tenere lo scettro regale: l’eredità al trono d’Inghilterra per Elisabetta sembrò sempre di secondaria importanza, nonostante le innumerevoli pressioni della corte non arrivarono mai né marito, né figli. Non lasciò eredi al trono bypassando la convenzione per potersi eleggere “sposa del popolo”, un caso particolare nella storia del mondo così come lo è la natura geografica della Gran Bretagna, mettendo davanti al futuro il presente del regno. Entrambe le storie, con le rispettive nature, portano all’isolamento della sovrana: la sua condizione d’arrivo è metafora della stessa condizione geografica di quel lembo di terra su cui ha regnato.

Inghilterra 1558.

Figlie dello stesso padre, Enrico VIII, entrambe prime del loro nome di regine sul trono inglese, Elisabetta di casa Tudor succede alla sorellastra Maria – che la storia appellò “sanguinaria” – al trono d’Inghilterra.

Sin dalla giovinezza, l’erede al trono Elisabetta strizzava l’occhio a chi fino a quel momento era considerato eretico: regina d’Inghilterra, rifiuta la religione cattolica per abbracciare quella protestante ritrovandosi dopo appena dieci anni di regno scomunicata dalla Chiesa di Roma, quindi ufficialmente fuori dall’Europa.

Il nuovo scenario prevedeva una mappa geografica in cui il territorio della Gran Bretagna, dunque dell’Inghilterra, non aveva gli stessi colori del resto dei territori europei. Geograficamente non è difficile da immaginare, essendo un’isola nel Mare del Nord.

Due delle dame di compagnia della regina, Margaret e Theresa, preoccupate dalle ripercussioni del nuovo scenario anglosassone, decidono di scappare e abbandonare la sovrana, ostacolate da un grande senso di devozione nei suoi confronti.

Daranno dunque inizio a un gioco nelle stanze della regina, inscenando e raccontando i motivi che le spingono a voler lasciare l’Inghilterra e la sua sovrana.

DRAMMATURGIA Leonardo Bianchi Gian Maria Labanchi 

REGIA Leonardo Bianchi

CON Maria Campana Sara Giannelli Giusi Loschiavo Francesco Jacopo Provenzano

MUSICHE Maria Campana Mattia Guerra 

ILLUSTRAZIONI Andrea D’Alonzo

COMUNICAZIONE Giulia Tremolada

PROGETTO GRAFICO Alessandro Bianchi