About Elizabeth prende a pretesto la figura iconica di Elisabetta I, la sua storia, la sua politica e le molteplici leggende che la riguardano, per raccontare una storia inedita, liberamente ispirata a “Orlando”, il celebre romanzo di Virginia Woolf. La regina vergine, forse la più carismatica regnante d’Inghilterra, rappresenta il paese che regna. Come conseguenza, nel tempo si è sempre ritrovata sola. Tradizione e innovazione si mescolano in scena per raccontare una storia che parla di Storia, anche se solo accarezzandola, per permetterci di parlare di presente più che di passato. La “sovrana vergine” non lasciò eredi al trono, bypassando la convenzione, per potersi eleggere “sposa del popolo”. Un caso particolare nella storia del mondo, così come lo è la natura geografica e politica della Gran Bretagna. Numerose le leggende sul suo conto, una fra tutte, l’ambiguità sulla sua identità: nel corso
della storia, sono in molti ad aver ipotizzato che in realtà, sotto gli abiti femminili della sovrana, si nascondesse il corpo di un uomo.

Stanca di una vita priva di pace e libertà, e dopo essere miracolosamente scampata a due attentati, Elisabetta ha un dialogo con la morte che le propone un patto: una vita, in cambio della libertà. Elisabetta accetta. In quei giorni a corte si presenta un nuovo poeta, il giovane Orlando. Immediatamente la regina legge in lui una particolare sensibilità, nonché un animo prettamente femminile. A suo avviso Orlando racchiude perfettamente tutto ciò che una sovrana dovrebbe avere: garbo, gentilezza, pazienza, sensibilità e intelletto. Elisabetta costringe Orlando a diventare se stessa: gli dona i suoi abiti e lo fa dormire nelle sue stanze. Orlando è la regina d’Inghilterra. Lo getta tra le braccia della morte, con l’intenzione di ingannarla. Ma Elisabetta non ha fatto i conti con il fatto che Orlando ormai è dentro quel ruolo più di chiunque altro, anche di lei.

“Eco” è una storia che parla di identità. Di quanto l’animo e lo spirito siano immensamente più potenti degli abiti, della forma, dell’involucro. Orlando è il poeta alla corte della regina. I suoi versi riescono a sovvertire e liberare le coscienze parlando alla parte più intima e nascosta delle persone con delicatezza, fermezza e crudele sincerità. La regina non è immune a questo talento. Orlando è un giovane timorato dalla complessità della vita che con la sua ingenua visione delle cose riesce ad allontanare la regina dal pressante senso di responsabilità che comporta il suo ruolo. La posizione della sovrana e il bisogno del giovane di evadere, sono le cause che innescheranno un dialogo reciproco sulle rispettive identità: la prima sul piano istituzionale, l’altro sull’aspetto del genere. La regina costretta nel suo ruolo, Orlando intrappolato in un corpo che non sente suo. Orlando diventa regina, ed Elisabetta può tornare a vivere come un essere umano. Ma l’abito non è lo spirito. Orlando non ambisce a questo ruolo, non vuole un’altra vita. Questa lotta tra il desiderio della regina e il bisogno del poeta porterà ad un amaro finale per tutti. E’ possibile ingannare la morte? La profonda connessione tra l’identità di Orlando e quella della regina, è un elemento sufficiente per sopperire le mancanze della vita di ciascuno e non essere più schiavi del proprio ruolo? Quale vita prenderà la morte, quella della vera regina o quella di un giovane poeta, il quale corpo si è incarnato perfettamente con le sembianze della sovrana, tanto da risultare quasi più credibile dell’originale? In un celebre passo dell’Iliade, Patroclo indossa l’armatura del compagno Achille e giunge alle mura di Troia per spaventare i nemici, spacciandosi per il temibile Pelide. In un contesto tale, abitato da personaggi che oggi ci potrebbero apparire bloccati in un’identità rigida e perfino bidimensionale rispetto ai nostri standard, emerge un’altra criticità che ha a che fare con noi nel presente: se ci sentiamo schiacciati dalla nostra identità, desideriamo quella di qualcun altro. Se ci sentiamo non abbastanza, vogliamo diventare qualcuno di più forte, piú noto o piú ricco. Se ci sentiamo comparse, voglio diventare i protagonisti. Ma c’è una sola identità che possa bastare a un essere umano? O l’identità è un’illusione causata dal nostro personalissimo sguardo sul reale? Siamo tutti comparse o tutti protagonisti della nostra storia individuale? A cosa può servirci accettare di essere uguali agli altri in vita cosí come lo siamo davanti alla morte?

Se, come detto, è impossibile trasporre certi meccanismi di quel mondo a quello di oggi, è pur vero che gli artisti da sempre sentono il bisogno di saziare la medesima fame di infinito, tendando di risolvere enigmi immortali. Da dove proviene quel suono che li catapulta in una dimensione priva di uno spazio-tempo? Qual è la natura di questo suono che ci lascia sospesi a cercar di capire come sbrogliarsi dal tempo? Che vuol dire essere immortali? Che vuol dire parlare a tutti sempre? Il mondo è fermo o io sono fermo? Il nostro desiderio è quello di iniziare insieme la ricerca dell’origine di questo suono nativo, salvifico, ponendo l’uomo al centro come simbolo dell’aspirazione ad un avvenire migliore, nel quale l’umanità assuma sempre più consapevolezza nella ricerca di una sintonia con cielo e terra. Da qui la nostra esigenza: cercare di vedere, comprendere e riprodurre questa armonia. Anche il talento è al centro della storia: non solo visto sul piano artistico, su Orlando dunque che può essere un talentuoso poeta, ma anche sulla figura di Elisabetta e del suo talento a saper trovare, scovare, vedere attentamente l’anima di Orlando. Iconica perchè sola, come tutti i soggetti di questa natura, incredibilmente attenta per la sensibilità altrui, Elisabetta senza inganno, si sacrifica per salvare l’anima e il corpo di un ragazzo intrappolato, salvando anche se stessa e soddisfacendo il suo enorme e urgente desiderio di libertà. Nel tempo in cui parlare di identità di genere è motivo di dibattito, vogliamo raccontare la leggenda di un passato per niente vicino a noi, costellato di personaggi naturalmente fluidi, ma che a differenza di oggi il “Padre Nostro” lo recitavano in latino.

“Sono gli abiti a portare noi, e non noi a portare gli abiti; possiamo far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua.”

Elisabetta

CREDITI

Drammaturgia
Leonardo Bianchi
Gian Maria Labanchi

Regia
Leonardo Bianchi

Con
Filippo Andreetto
Leonardo Bianchi
Maria Campana
Anna Chiara Fanelli
Claudia Guidi
Gian Maria Labanchi

Musiche
Maria Campana
Gian Maria Labanchi

Progetto grafico
Alessandro Bianchi

Comunicazione
Giulia Tremolada

Progetto terzo classificato festival dell'Arte Spaccata 2021